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Guai a toccare la casa agli italiani.

I politici sanno bene che la ricchezza, 218mila euro a famiglia, è costituita per larga parte dall'immobile di residenza. Questo spiega la bagarre sulla “direttiva mutui”. Si combatte a suon di modifiche che però rischiano di creare disparità tra “vecchi morosi” e “futuri morosi”. Una bagarre che probabilmente va al di là dei numeri, considerato che nel secondo semestre del 2015 sono finiti all'asta 28.672 immobili, peraltro in calo del 6,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il tutto a fronte di compravendite annue che nel 2015 hanno superato quota 444mila. È evidente l' utilizzo strumentale ed elettorale della questione. Basti pensare che uno dei punti più contesi della direttiva è il fatto che, in caso di morosità, le banche possano espropriare direttamente il bene senza passare dalla via giudiziale. Peccato però che sullo stesso punto nessuno in Parlamento si è sognato di fare una battaglia ideologica la scorsa estate quando è stato approvato il provvedimento sulla riforma del diritto fallimentare che difatti ha già introdotto questo principio prevedendo nell'ordinamento italiano la possibilità che le banche subentrino nelle proprietà.

Da agosto gli istituti di credito possono infatti chiedere l'assegnazione dell'immobile senza dover ricorrere a società terze per partecipare alle aste come accadeva. Al netto delle ipocrisie e dell'utilizzo strumentale del tema casa va poi detto che la proposta di ieri di modifica del testo della direttiva rischia di creare molta confusione nel trattamento tra “vecchi morosi” (quelli agganciati ai mutui in essere) e “nuovi morosi” (quelli che stipuleranno i mutui in futuro che includano la nuova clausola). Rischiando di creare disparità anche tra gli altri Paesi europei che adotteranno la direttiva senza modifiche (fermandosi alle sette rate).

Il Sole 24 Ore - 04/03/2016 - Leggi la notizia


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